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      Concorrenza e privatizzazioni  
     

Che la concorrenza globale in futuro sara' sempre piu' concorrenza fra sistemi e sempre meno fra imprese singole è una acquisizione relativamente recente nel dibattito fra economisti e programmatori. Tuttavia non è azzardato utilizzare questa ipotesi come chiave di lettura non solo del futuro, ma anche del passato di sistemi economici a forte sviluppo come quello emiliano-romagnolo.
In particolare in una regione come l'Emilia-Romagna , non solo le imprese hanno sempre agito come sistema, ma hanno costruito un complesso insieme di relazioni, spesso tramite l'associazionismo, con l'ente pubblico. Questo insieme di relazioni ha fatto crescere interventi nel campo dell'economia che hanno favorito la crescita e la competitivita' globale del sistema regionale.
I dati qui raccolti in questa indagine testimoniano come le relazioni fra Camere di commercio e sistema delle imprese abbiano dato vita ad un numero rilevante di iniziative a favore del sistema economico. I campi di intervento delle 133 partecipazioni detenute dalle Camere di commercio vanno infatti dalle infrastrutture di trasporto alla cultura, dal credito alla salvaguardia e tutela dell'ambiente.
In molte infrastrutture rilevanti (come ad esempio il porto di Ravenna, l'aereoporto di Bologna e molte strutture fieristiche) le Camere di commercio detengono quote di capitale consistenti quando non maggioritarie.
Ma oltre alle infrastrutture fisiche, si sono sviluppati interventi nel campo delle infrastrutture finanziarie (basti pensare all'impulso dato ai consorzi di garanzia collettiva del credito), nel campo della formazione professionale ed imprenditoriale (Ifoa e Profingest ad esempio) o della promozione dell'internazionalizzazione.
Nella creazione di questo complesso di infrastrutture hardware e software spesso le Camere di commercio hanno agito coordinando i loro autonomi interventi, ripartendo le partecipazioni fra piu' provincie o agendo tramite la loro Unione Regionale.
Una rapida lettura dei dati testimonia che l'intervento delle Camere di commercio, in cooperazione con le imprese e gli enti locali è un elemento inscindibile della storia dello sviluppo economico regionale.
Ma tale forte presenza è oggi ancora necessaria? I problemi di crescita dell'economia locale possono essere ancora affrontati in termini di sola dotazione di infrastrutture e servizi del territorio? E, soprattutto, la dimensione dei problemi da risolvere puo' essere affrontata con la sola capacita' di aggregazione delle forze locali?
Gli stessi strumenti di intervento nell'economia reale e il sistema delle infrastrutture descritti in questa indagine sono stati sicuramente necessari per mettere il sistema delle imprese in condizione di affrontare la competizione globale, ma forse non sono piu' sufficienti per mantenere il ritmo di crescita e la capacita' di adattamento flessibile che essa impone.
Una riflessione aperta fra piu' attori (gli stessi attori che assieme alle Camere di commercio hanno dato vita a questo sistema) appare necessaria, per il futuro di queste strutture. Elencheremo di seguito quelli che riteniamo essere le ipotesi principali sulle quali avviare una discussione, senza che tale elencazione possa essere considerata esaustiva.

  • Una prima ipotesi relativa al destino di molte di queste strutture (in particolare delle infrastrutture di trasporto) riguarda la loro privatizzazione. Molti di questi strumenti inoltre sono ormai giunti ad un livello di profittabilita' e d'autofinanziamento che né puo' essere pianificata la privatizzazione o la gestione in regime di concessione, senza che se ne comprometta l'esistenza e l'indubbia finalita' economico-sociale (gli aeroporti in particolare costituiscono forse l'esempio più evidente). Le risorse in tal modo liberate dal disimpegno nei campi di azione piu' tradizionali potrebbero essere piu' proficuamente in nuovi e non meno necessari campi di intervento. Primo fra questi il recupero dello spaventoso ritardo cumulato sui temi delle reti telematiche e del commercio elettronico, dai quali dipendono fortemente tutte le politiche di localizzazione future delle imprese e dei lavoratori e le loro redditivita' prospettiche.

  • Ma, si obbietta da piu' parti, perche' procedere ad una politica di privatizzazione, quando essa potrebbe portare a cedere solo le attivita' in attivo, lasciando a carico del sistema le attivita' in perdita? Non conviene piuttosto procedere alla razionalizzazione del sistema delle partecipazioni, valorizzando e trasformando in reti di servizi sistemi che appaiono oggi troppo frammentati? Non si puo' non tenere conto che in un mercato finanziario poco maturo, come quello italiano, il rischio di vendita dei soli "gioielli buoni" è evidente. Pero', di fronte a questa obiezione, non si deve nemmeno dimenticare che la profittabilita' potenziale di alcune strutture puo' essere capitalizzata immediatamente tramite la privatizzazione, mentre i flussi prospettici di utili sono solo prevedibili, ma storicamente non sono risultati mai realmente realizzati e realmente percepiti dagli azionisti di riferimento;

  • Il problema della costituzione di reti di servizi è un problema aperto e che ha animato non solo il dibattito, ma anche le scelte politiche recenti (la costituzione della nuova Azienda di Promozione Turistica e il dibattito in corso su una nuova agenzia regionale per l'internazionalizzazione sono solo due esempi). Tuttavia la costituzione di reti di servizi richiede un nuovo impegno e decisione politica e soprattutto una condivisione chiara di quali siano gli ambiti territoriali ottimi per la realizzazione di queste reti. Nonostante vi sia teorica unanimita' nel ritenere che la scala territoriale ottima sia quella regionale, alla prova dei fatti esistono due ostacoli principali ad attuare quella che pare una opinione comune:
  • la difficolta' a riconoscere nell'Ente Regione un soggetto autorevole di programmazione, ove la programmazione è qui intesa come un patto territoriale sostenibile. La razionalizzazione dei servizi e delle reti richiede infatti ad alcuni livelli locali la rinuncia all'operare in perfetta autonomia. Tale rinuncia puo' essere sostenuta solo se i benefici promessi in cambio per il territorio locale sono correttamente valutabili e visibili, e soprattutto se il programmatore possiede effettivamente gli strumenti per assicurare i benefici promessi. A nessuno puo' essere richiesto di abbandonare un beneficio limitato, ma reale e presente, in vista di un beneficio futuro il cui potere di realizzazione non sta nelle mani del promettente, ma, forse, del governo centrale. Alla programmazione come disegno del migliore dei mondi possibile va sostituita una programmazione pragmatica che metta in campo risorse realmente disponibili.
  • il dubbio, legittimo, che la dimensione regionale non sia sempre ottimale, ma che dimensioni interregionali possano costituire un bacino ottimo alternativo. In particolare esistono problematiche (settoriali, di comunicazione e trasporto) per le quali è velleitario pensare che la programmazione del solo livello regionale, senza nessuna concertazione strutturata con altre regioni e con il Governo nazionale, possa produrre risposte efficienti.

    La sola elencazione di questi problemi mostra che non esistono soluzioni univoche e semplici per la futura gestione e il futuro sviluppo di queste strutture. D'altra parte non sono mai esistite ricette univoche per la soluzione di problemi di sviluppo del territorio (le 133 partecipazioni che analizza lo studio sono altrettanti tentativi di risposta ad esigenze di crescita).
    L'evidenza della complessita' del sistema, rinnova l'urgenza di un dibattito serrato e scevro da apparenti semplificazioni. Il momento politico che stiamo attraversando (l'attuazione della legge di riforma delle Camere di commercio, l'attuazione dei decreti Bassanini, la prossimita' delle elezioni amministrative) appare il piu' proficuo per avviare questa irrinunciabile discussione.

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Giampaolo Montaletti © 1995-2001
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